I.1.3. La “Veridicità” della Fotografia

I.1.3. LA “VERIDICITÀ” DELLA FOTOGRAFIA (I.1 | I.1.1 | I.1.2)

“L’apoteosi della vita quotidiana e il tipo di bellezza che solo la macchina può rivelare – un angolo di realtà materiale che l’occhio non vede o non riesce normalmente a isolare o anche la visione dall’altro, per esempio da un aereo – sono i principali obiettivi dei fotografi. La forza di una fotografia è nel conservare passibili di indagine momenti che il normale fluire del tempo sostituisce immediatamente.
Osservando la realtà altrui con curiosità, con distacco, con professionalità, l’onnipresente fotografo agisce come se la sua attività trascendesse gli interessi di classe, come se la sua prospettiva fosse universale. Di fatto, la fotografia comincia ad acquistare una propria fisionomia come prolungamento dell’occhio del flâneur Borghese, la cui sensibilità è stata descritta con tanta precisione da Baudelaire. Il fotografo è una versione armata del viandante solitario che perlustra, esplora, percorre l’inferno urbano, del bighellone-voyeur che scopre la città come paesaggio di estremità voluttuose. Esperto delle gioie del guardare, intenditore di empatia, il flâneur considera il mondo “pittoresco”.10

Henri Cartier-Bresson. Valencia. 1933.
Henri Cartier-Bresson. Valencia. 1933.

Cartier-Bresson quando tornò dall’Africa scoprì la macchina fotografica Leica. “Leica è diventato il prolungamento dei miei occhi e mai l’ho staccato da me.”11

Iniziò a girovagare, andando a caccia di vita. Dentro di lui è nato un sentimento particolare e speciale basato sul preservare la vita nel flusso della vita. Per lui fotografare era un atto di collaborazione tra il cervello, il cuore e gli occhi, il cui risultato deve essere l’evento. Tali avvenimenti densi di contenuto non si possono trovare dappertutto, per dominarli e catturarli bisogna girovagare, di certo non è l’immobilità a regalarceli. In poche parole il fotografo deve essere attento e pronto sia con il cervello, che con il cuore e gli occhi.
Joel Meyerowitz scrive nella prefazione del suo libro, “Cap Light” della sua impressione quando ha visto Cartier-Bresson per la prima volta:“Ho visto un uomo che era ovunque, la sua rovescia, torsione e ballo, era incredibile. Sono stato sorpreso di vederlo, sono rimasto scioccato.”
Il fotografo non può sparare come un mitragliere e distruggere tutta la propria immaginazione sul soggetto; deve avere una memoria potente che si muova parallelamente alla velocità dell’atto, e deve essere sicuro di non dimenticare niente della scena, perché non può ritornare indietro e questo è proprio la particolarità dell’avvenimento. Cartier-Bresson scrive nel libro “Momento Decisivo”:
“Talvolta il fotografo pensa che ha scattato la fotografia più potente possibile di un atto o una scena, ma deve continuare a fotografare perché non può prevedere il flusso del momento e come questo va a finire. Il fotografo deve rimanere nella scena finché tutti gli elementi si avvicinano per avere la massima potenzialità per catturarla.”12
La fotografia è l’unico mezzo che ha la capacità di documentare e registrare gli istanti. Gli istanti esistono nella frazione di tempo in cui i nostri occhi iniziano a girovagare nello spazio per cercarli, e questi, come fantasmi, scorrono verso di noi e ci attraversano. Il punto d’intersezione è il momento che registriamo nella nostra memoria e fissiamo sullo schermo sensibile della fotocamera. Siamo circondati di istanti che spariscono velocemente e nessun potere può ripetere quei momenti. Qui si può aprire una nuova discussione sulla differenza tra linguaggio fotografico e gli altri tipi di arti visive. Nella, letteratura, che è un’arte temporale, lo scrittore ha tempo di pensare, scrivere e ripensare; nella pittura l’artista prima immagina, disegna, corregge e alla fine dipinge; lo scultore scolpisce finché trova la figura desiderata; ma per il fotografo è diverso, il momento passato è passato per sempre.
Le fotografie forniscono testimonianze, una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia. Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta. Può deformare, ma si presume sempre che esista, o sia esistito, qualcosa che assomiglia a ciò che si vede nella foto.
Cartier-Bresson credeva che la fotografia è un “punto d’intersezione del momento e la geometria”.13 Lui usava un linguaggio poetico per spiegarlo, ma si può percepire dalla sua citazione che la fotografia mette insieme una serie di avvertimenti casuali e l’ordine razionale già esistente nello spazio. Un altro aspetto affascinante delle immagini fotografiche è la loro somiglianza alla realtà ma contemporaneamente il loro essere surreali. Quindi vedere le immagini è come sognare.
Il fondamento per un fotografo è creare, attraverso l’immagine, questo momento tra veglia e sogno. Le fotografie sembrano più reali del mondo che vediamo a occhio nudo, anche la loro saturazione ci spinge a credere alla loro più che verità. Loro sono stranamente somiglianti al mondo che conosciamo ma ancora più complete, ordinate e rigorose.
Cartier-Bresson viene da una epoca nella quale si dava molto importanza al pensiero e si cercava di scoprire vari aspetti psicologici del pensiero. Lui era un tipo di fotografo che pensava a tutto e cercava di capire e avere una visione completa dal suo soggetto, questo gli permetteva di fotografarlo in maniera profonda. Non si interessava alle tendenze alla moda, ma ai momenti meno importanti della vita quotidiana che per lui erano le prime scelte da pensare e scattare. Con le sue fotografie ci ha portato la pace, la tradizione, l’attaccamento e il fascino dei luoghi in cui ha vissuto. Nei suoi viaggi in Cina, Unione Sovietica, India e ogni luogo cercava questi caratteri affascinanti della vita.


10 Susan Sontag, Sulla Fotografia: Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi, Torino, 2004, [1a. ed. 1977], p. 49.
11 Nathan Lyons, Photographers on photography: A critical anthology, Prentice-Hall, New Jersey, 1966, [p. 81].
12 Nathan Lyons, Op. Cit., 1966, [p. 79].
13 Steve Edwards, Photography: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford UK, 2006, [p. 151].

Davood Madadpoor,
Firenze 2017

Revisore: Marcella Fiorito

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