II.1. La Ricerca dell’Individualità Poetica, Lettura della Fotografia “Henri Matisse, 1944” di Henri Cartier-Bresson

II. RITRATTO (I.1 | I.1.1 | I.1.2 | I.1.3)

“Per me fotografare i volti è molto difficile, è come un battaglia, come un duello, con un’unica differenza che non devi ferire.”14
In questo capitolo ho deciso di affrontare la tematica del ritratto, più inteso come la ricerca dell’espressività dei volti, e di conseguenza di tutti quegli elementi che lo contraddistinguono, a partire da una lettura critica, secondo il mio punto di vista di fotografo, di cinque opere di Henri Cartier-Bresson.
Per me, nelle fotografie che realizzo per strada, i volti hanno un ruolo molto importante, sia che gli scatti siano eseguiti casualmente (Candid) sia che vengano fatti in maniera preparata. La vitalità che ricerco nelle mie fotografie è data dall’insieme di tutte quelle caratteristiche che contraddistinguono gli esseri umani, la loro forza, le loro emozioni, le loro passioni, e che ne costituiscono la loro complessità ed essenza. Riuscire a tirare fuori i vari strati di questa complessità propria della natura umana, è per me una sfida che è anche il fine principale e più importante di tutta la mia ricerca. Nella fotografia che realizzo per strada, oltre a questo aspetto legato alla ritrattistica, ho comunque sempre preso in grande considerazione anche altri elementi come i contrasti, i giochi tra luci e ombre, gli aspetti geometrici e di forma, di cui tratterò più avanti nei capitoli seguenti. In questo capitolo parlerò della ricerca della complessità delle emozioni attraverso recenti ritratti di Cartier-Bresson.
Gli scatti che ho scelto di analizzare sono stati da me selezionati tra quelli realizzati durante la seconda fase della sua carriera, e precisamente negli anni alla fine e dopo la seconda guerra mondiale; la loro struttura è rappresentativa per tutta la fase successiva della sua produzione, nel senso che in queste opere sono individuabili caratteristiche riscontrabili anche in altri suoi ritratti di decenni successivi. Come Bresson stesso ha affermato in diverse occasioni15, anche secondo me è percepibile riscontrare nelle opere delle quale seconda parte della sua produzione un altro tipo di ricerca. Uno dei motivi è torna alla seconda guerra mondiale. La devastazione della guerra, infatti, così come il suo periodo passato in carcere, lo potrebbero averlo portato ad un grande cambiamento, da una prima fase in cui la sua ricerca era più astratta, a questa fase successiva in cui la figura dell’essere umano ha acquisito un valore molto più importante e centrale. In seguito ai suoi tentativi di fuga dal carcere, Bresson riuscì a scappare e ad ottenere nel 1944 un incarico dalla casa editrice Braun, che consisteva nel fotografare alcuni personaggi di spicco di quell’epoca. Nonostante non fosse molto propenso ad accettare incarichi di questo tipo, Bresson è riuscito a realizzarli in quanto, oltre all’esecuzione dei ritratti veri e propri, ha sempre portato avanti una ricerca personale per cui ciò che faceva lo faceva innanzi tutto per se stesso, in quanto in ogni scatto rimane comunque in qualche modo un’impronta della personalità del fotografo, al di là del soggetto o dei motivi che hanno spinto il committente a richiedere l’esecuzione di quella foto in particolare.16
Per parlare del ritratto ho selezionato quattro fotografie di Bresson: le prime due realizzate entrambe nel 1944, mentre le altre due immagini successive sono state scattate rispettivamente nel 1958, e nel 1961. Ognuna di queste immagini rappresenta una continuità del suo stile e del suo percorso nel campo della ritrattistica, e da queste immagini si possono estrapolare una serie di caratteristiche, riscontrabili poi anche nei ritratti dei decenni successivi e fino alla fine della sua produzione artistica. Ho selezionato nello specifico queste immagini per cercare di evidenziare come Cartier-Bresson sia riuscito a cogliere, attraverso i ritratti di alcune persone famose, l’essenza dei suoi soggetti.
Il primo scatto ha per soggetto il pittore Henri Matisse fotografato nel suo studio, accanto i suoi uccelli, ed ha come scopo la ricerca di un’individualità poetica ben precisa. Il secondo, dello stesso anno, rappresenta i coniugi Irène and Frédéric Joliot-Curie colti quasi di sorpresa nel momento in cui aspettavano lo scatto del fotografo. Il soggetto “in attesa” dello scatto è un’altra delle caratteristiche fondamentali di Bresson. Nel terzo scatto, realizzato 14 anni dopo, Bresson fa un ritratto di Robert Oppenheimer cercando di trovare una corrispondenza tra la realtà del soggetto e quello che il soggetto stesso trasmette attraverso l’immagine. Nel quarto ritratto, di Andrè Breton, si evince la ricerca di un’identità culturale e si va alla ricerca di elementi visibili per spiegare la personalità del soggetto ritratto.

Henri Matisse, Villa Le Rêve. 1944.
Henri Matisse, Villa Le Rêve. 1944. © Henri Cartier-Bresson
II.1. LA RICERCA DELLA’INDIVIDUALITA POETICA (I.1 | I.1.1 | I.1.2 | I.1.3)
Lettura della fotografia “Henri Matisse, 1944” di Henri Cartier-Bresson

Nel celebre ritratto del 1944 del pittore Henri Matisse, Bresson è riuscito a cogliere e soprattutto a trasmettere un senso di grande poeticità raffigurando il pittore in un momento tanto apparentemente intimo quanto insolito. Chiunque conosca la vita e le opere di Matisse, davanti al suo ritratto si aspetterebbe di trovarvi qualcosa di diverso invece quello che l’occhio di Bresson ci svela è proprio tutto l’opposto che la comune immaginazione potrebbe pensare. Nell’intimità calda e accogliente del suo studio, Matisse, ormai anziano, sta comodamente seduto sul lato sinistro dell’inquadratura. Tuttavia, ciò che ad un primo sguardo colpisce maggiormente sono i suoi uccelli, liberi, ma saldamente aggrappati sopra la gabbia in primo piano, quasi ad evocare un concetto di estrema fedeltà e senso di appartenenza, che subito rimandano l’attenzione ad un altro loro compagno saldamente collocato nella mano sinistra del pittore: ed è qui che l’osservatore si accorge, solo in un secondo momento, che il pittore, con la mano destra, sta disegnando forse i suoi amati uccelli. Protagonista la luce, che entra quasi violentemente da destra per illuminare tutta la parte sinistra della stanza mettendo in particolare modo in evidenza l’altra gabbia alle spalle del maestro.
L’insieme degli elementi geometrici presenti nel ritratto non è un casuale incastro di forme, ma uno studio fatto ad arte da Bresson per cercare di cogliere nel migliore modo possibile la poetica stessa del pittore. Infatti, ad un’analisi più approfondita dell’immagine, il primo elemento che entra a fare parte del campo visivo dell’osservatore è la gabbia con gli uccelli posta sulla destra. La circolarità della gabbia rimanda alle linee armoniche a lungo ricercate dal pittore nel corso della sua carriera e rese poi celebri in opere come La Danza. Subito dopo, come a creare un contrasto con le precedenti linee, lo sguardo si sposta su un pannello posto poco più a sinistra che, tracciando delle linee verticali, invita lo sguardo a rivolgersi un po’ più accanto proprio sul punto di fuga dell’immagine che è la figura stessa del pittore. Matisse è colto nel momento in cui sta disegnando, accanto a lui sulla sua destra c’è un’altra gabbia che rimanda ancora una volta alle linee armoniche e circolari, ma sopra di me una terza gabbia riporta a linee orizzontali. Da non sottovalutare l’ambivalente metafora dell’elemento della gabbia. Infatti, al momento dello scatto, Bresson era da poco evaso di prigione, per questo motivo potrebbe essere non azzardato ritenere che la scelta di fare entrare nella sua inquadrata le gabbie non sia stata casuale, ma allusiva alla sua stessa vicenda personale (gli uccelli che sono in primo piano sopra la gabbia, infatti, sono liberi). D’altra parte una diversa interpretazione dello stesso elemento potrebbe anche essere un’ottimistica allusione alla seconda guerra mondiale che era ancora in corso, ma che da lì a poco sarebbe volta al termine: gli uccelli liberi, la lama di luce, sono come un simbolo di speranza, ricerca di pace e libertà dopo anni di barbarie. Tra le tre gabbie ed il pittore viene quasi a crearsi un’immaginaria forma triangolare. Tutte queste figure geometriche, apparentemente contrastanti, riescono a coesistere insieme in maniera perfettamente coerente.
Come ho anticipato, possiamo affermare che la ricerca di tutti questi elementi geometrici non è qualcosa di casuale ma un vero e proprio omaggio al più importante rappresentante della corrente artistica del Fauvismo, che a lungo è andato alla ricerca di schemi liberi per realizzare le sue opere, cercando di rompere con le rigide norme del disegno convenzionale e accademico.
L’accostare figure diverse ma in maniera armoniosa, il ritmo, la vitalità, sono stati per Matisse i più importanti valori ricercati durante tutta la sua produzione artistica, ed è questo quello che vuole trasmetterci Bresson attraverso il suo scatto ed attraverso questa sapiente composizione e scelta dello spazio. In conclusione si può affermare che il senso quasi di meraviglia nello scoprire una personalità così illustre eppure raffigurata in un momento così intimo ma al contempo semplice (agli occhi di chi non conosce potrebbe essere un anziano signore qualunque intento a passare il tempo in mezzo ad un ambiente confusionario), genera questa ricerca di una poetica legata, oltretutto, non solo ad evidenziare quelle che sono state le caratteristiche della produzione pittorica di Matisse, ma anche il contrasto tra l’apparente vita serena dell’anziano maestro e il contesto storico nell’anno in cui la foto fu scattata, anno in cui, seppure alla fine, imperversava ancora la seconda guerra mondiale.
Come ho appena analizzato, il ritratto nel mondo di Henri Cartier-Bresson è come la ricerca di un’individualità poetica. Infatti secondo la sua visione sono molto più significativi i volti sulle fototessere delle carte d’identità che quelli delle foto artefatte. Nella prefazione del libro Momento Decisivo infatti scrisse:
“Preferirei mille volte di più le fotografie personali, rispetto ai ritratti inventati, le fotografie piccole 6×4 che si trovano una accanto all’altra nelle vetrine. Almeno in questi volti ci sono cose che tirano fuori delle domande (…) Se il fotografo avesse l’opportunità di far riflettere il mondo reale di qualcuno – che esiste ugualmente sia all’esterno che all’interno – preferirebbe che il soggetto del ritratto si posizionasse in un ambiente naturale.”17
Per riuscire a trasmettere l’essenza della vera personalità dei soggetti, il fotografo ha sempre il difficile compito di dovere cercare di conoscere chi sta fotografando, per riuscire a comunicare correttamente quello che si cela dietro ogni volto ritratto. La conoscenza dei suoi soggetti può derivare o dai rapporti professionali, o personali o dai ruoli sociali, ma oltre a tutti questi fattori, un aspetto molto importante è l’ambente personale in cui vivono i soggetti fotografati, e quindi la loro casa, che è sicuramente un luogo in cui riescono a sentirsi più al sicuro.
Uno degli elementi ricorrenti nei ritratti selezionati per l’analisi di questo capitolo è proprio quello dell’ambiente personale in cui i soggetti sono stati fotografati. Raramente infatti Bresson, per i ritratti (intesi come riferimento alle espressioni dei volti) ha scelto di fotografare le persone al di fuori del loro ambiente privato. Questi ambienti non solo riescono a trasmettere uno spaccato di quello che doveva essere il mondo dei soggetti, ma anche lasciano comprendere per riferimenti il loro mondo interiore ed il loro pensiero. Attraverso la lettura di queste cinque immagini si può evincere quanto fosse importante per Bresson la scelta degli ambienti personali dei soggetti ritratti e come questa caratteristica sia poi rimasta costante in tutta la sua produzione artistica.


14 Henri Cartier-Bresson in Clement Cheroux, Henri Cartier-Bresson: Le tir photographique, Gallimard, Paris, 2008, [p. 94].
15 Cfr. Clement Cheroux e Julie Jones, A cura di, Henri Cartier-Bresson, Vedere è tutto, interviste e conversazioni, Contrasto, Roma, 2014, p. 95.
16 Cfr. Clement Cheroux e Julie Jones, Op. Cit., p. 31.
17 Brian Coe, Les grands photographes et leur technique, Inter-Livres, Quebec, 1990, [pp. 86, 87].
Questa dichiarazione di Bresson, come molte altre, viene da uno studio di Brian Coe e vari autori in cui analizza le caratteristiche di quaranta fotografi, iniziando da pionieri come Louis Jacques Mandè Daguerre fino a Joel Meyerowitz e quindi fino ai nostri giorni. A questo libro, che io ritengo uno degli studi più importanti, farò molto spesso riferimento in questo mio lavoro.

Davood Madadpoor,
Firenze 2017

Revisore: Marcella Fiorito

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