II.3. Confiliti dell’Animo, Lettura della Fotografia “Robert Oppenheimer. 1958” di Henri Cartier-Bresson (Prima Parte)

II.3. CONFILITI DELL’ANIMO  (prima parte)
Lettura della Fotografia “Robert Oppenheimer. 1958” di Henri Cartier-Bresson  (I.1 | I.1.1 | I.1.2 | I.1.3 | II.1 | II.2)
Robert Oppenheimer. 1958.
Robert Oppenheimer. 1958. © Henri Cartier-Bresson

Il terzo ritratto è quello del fisico statunitense di origini ebraiche Robert Oppenheimer, realizzato nel 1958. La scelta di questa foto è serve per affrontare un’altra importante tematica presente nel percorso artistico di Cartier-Bresson, e cioè quella ricerca di corrispondenza tra l’essenza del soggetto nel mondo reale e quello che invece il soggetto riesce a trasmettere attraverso lo scatto del fotografo. Il nome di Robert Oppenheimer è indiscutibilmente legato ad uno degli avvenimenti più importanti della storia: l’invenzione della bomba atomica. Il celebre fisico, infatti, fu chiamato nel 1942 dal governo degli Stati Uniti d’America a dirigere il progetto Manhattan che avrebbe condotto di lì a poco un gruppo di scienziati tra i più importanti di quell’epoca a dare vita ad un’arma di distruzione di massa. Quando Cartier-Bresson realizzò il suo ritratto tutto questo era già avvenuto, e soprattutto era avvenuta la profonda crisi di coscienza che aveva portato Oppenheimer non solo a rifiutare di partecipare ad un secondo progetto per la costruzione della bomba ad idrogeno, ma anche a pentirsi talmente tanto da affermare in frasi molto pesanti d’essere diventato “Morte, Un distruttore di mondi”. In questo caso il fisico è un soggetto perfetto per la ricerca di Bresson: la sfida, questa volta, consiste nel cercare di fissare l’esatto stato d’animo del soggetto attraverso tutti gli elementi presenti nell’inquadratura.
Guardando questo ritratto troviamo Robert Oppenheimer al centro dell’immagine con un’aria di grande concentrazione, mentre tiene la sua pipa in una mano. Il suo sguardo assorto è forse un riferimento all’enorme conflitto che da anni stava divorando il fisico per via degli avvenimenti accaduti. La sua essenza, il suo percepire se stesso, era impregnato da questo, ed allora qui l’intento di Cartier-Bresson, come accennato, è stato proprio quello di costruire un ambiente adatto per trasmettere allo spettatore la complessità del soggetto, fare arrivare una vera immagine di Robert Oppenheimer. Gli oggetti, pochi e semplici, riposti sulla scrivania, rimandano ad un gioco di linee intricato, a richiamo sempre dello stato d’animo del soggetto, che con la sua postura genera due triangoli che proprio perché contrapposti ne rendono fragile ed incurvata la figura che solo ad un superficiale sguardo, secondo me, può sembrare totalmente composta, poiché di fatto, per via di tutti questi elementi non lo è.
La luce e la disposizione geometrica, sia degli oggetti intorno a lui sia del suo stesso corpo, creano una serie di linee che sembrano rincorrersi per tutta l’immagine. Una fonte di luce entra da destra e colpisce violentemente il volto del fisico e parte della scrivania davanti a lui, andando poi a colpire anche se solo in parte la parete che fa da sfondo, come una lama, in maniera sottile ma affilata. Dopo lo sguardo del protagonista, che è la prima cosa che colpisce, l’attenzione si sposta in basso, passando per due triangoli simmetrici ma dai vertici opposti creati dalla postura del fisico, sulla scrivania piena di oggetti disposti in apparenza caoticamente ma in realtà meticolosamente preordinati. Alle linee orizzontali degli oggetti sul tavolo si alternano quelle verticali, come quella della busta in primo piano e degli occhiali, che rimandano ulteriormente ancora più in avanti su una linea diagonale ed una orizzontale, create dalle ombre di qualcosa che rimane fuori dall’inquadratura. Contraria ed opposta a quest’ombra in diagonale, un’altra linea simile immaginariamente parte dalla mano del fisico che tiene in mano la pipa fino al margine sinistro dell’inquadratura. Il rincorrersi di queste linee in generale, ed in particolare il contrasto di quelle diagonali, vuole essere un altro riferimento all’animo tormentato del soggetto.Tutto questo rinvia a una complessità molto accentuata e può suggerire interpretazione diverse, la bomba, un senso di angoscia forse, ma anche e sopravvivere e il continuare a lavorare.

Davood Madadpoor,
Firenze 2017

Revisore: Marcella Fiorito

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