II.3. Confiliti dell’Animo, Lettura della Fotografia “Robert Oppenheimer. 1958” di Henri Cartier-Bresson (Seconda Parte)

II.3. CONFILITI DELL’ANIMO  (prima parte)
Lettura della Fotografia “Robert Oppenheimer. 1958” di Henri Cartier-Bresson  (I.1 | I.1.1 | I.1.2 | I.1.3 | II.1 | II.2)
Robert Oppenheimer. 1958.
Robert Oppenheimer. 1958. © Henri Cartier-Bresson

L’analisi di questa immagine mi ha condotto ad un’altra importante tematica tipica del ritratto, e cioè che normalmente qualsiasi soggetto, nel momento in cui decide di posare davanti ad una fotocamera, non è naturale, assume per forza una posa. La gente attraverso i propri ritratti vuole le permanenza e l’eternità, ma a causa della paura che hanno di mostrargli, alla fine il ritratto che ne viene fuori risulta uno strano compromesso tra quel che è e quel che avrebbero potuto essere.
Così come da una parte il soggetto ritratto ha paura, dall’altra, per riuscire a superarla, il fotografo che deve cercare di trovare il momento più adatto in cui riuscire a cogliere la psicologia del soggetto. La sua ricerca è quella sullo studio di questi aspetti psicologici, e per riuscire a rendere una somiglianza tra il soggetto e come lui è realmente, si serve di tutti questi elementi. Tutto questo rappresenta non solo un metodo fondamentale per lo scopo del suo fotografare, ma anche un modo per trasmettere la sua personalità.
“È vero che è sempre evidente un’identità particolare in tutti i ritratti di un fotografo. Il fotografo cerca sempre l’individualità della persona che è seduta difronte ad una fotocamera ed anche si sforza di trovare il suo linguaggio per esprimersi. Il vero ritratto non deve accentuare o evidenziare le caratteristiche estetiche di una persona, ma ne deve riflettere la personalità.”19
Roland Barthes nel suo libro, Camera Lucida parla di quattro elementi predominanti e contrastanti, legati uno all’ altro nella fotografia di ritratto:
“La Foto-ritratto è un campo chiuso di forza. Quattro immaginari vi si incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda che io sia, quello che il fotografo creda che io sia, e quello di cui egli si serve per fare mostra della sua arte.”20
Qui Barthes non fa riferimento alle foto scattate di nascosta, ma a quelle sensazioni che prove mentre sa di essere in posa. Nel momento in cui il fotografo si appresta a realizzare il suo ritratto, lui avverte un profondo senso di ansia e di disagio perché comincia ad interrogarsi su cosa potrà trasmettere l’immagine del suo “doppio” prodotta dallo scatto, nel senso che, nel momento in cui l’immagine sta per essere realizzata, e lui prende coscienza del suo dovere stare in posa e si rende conto che la sua immagine sarà per lo più il prodotto della ricerca artistica del fotografo. Ma lui non conoscendolo, non conoscendo la sua personalità ed il suo metodo, si interroga su chi sarà il “padre” di se stesso, o per meglio dire della sua immagine riprodotta, che dovrà poi per sempre trasmettere a tutti il senso della sua personalità. E’ qui che quindi il soggetto decide di partecipare a questo gioco scegliendo di sorridere all’obiettivo per cercare di trasmettere, non solo la qualità della sua natura ma anche il fatto che è consapevole di tutto il processo che si sta svolgendo intorno a lui, e cioè che da soggetto sta trasformandosi in oggetto, nella speranza che la sua immagine continui, attraverso la bravura del fotografo, a corrispondere sempre con il suo “io”.
La somiglianza che il fotografo sta cercando nel ritratto, quindi come osserva Barthes è un confronto tra il soggetto e l’oggetto della fotografia. Questa somiglianza dipende da vari elementi che occupano la mente del fotografo e di cui lui si serve per ottenere questo raffronto sia nella fase in cui sta fotografando sia nella fase in cui sta selezionando i provini, e tutto questo processo non segue un metodo predefinito ma riguarda esclusivamente la capacità del fotografo.

Winston Churchill, 1941.
Winston Churchill, 1941. © Yousuf Karsh

Yousuf Karsh scrisse in “Faces of Our Time”21 in merito alla famosa fotografia di Winston Churchill e alla storia legata al momento in cui, toltogli il sigaro dalle mani, perse completamente la sua pazienza:
“Avevo solo due minuti per fotografare un uomo che fino ad ora era stato oggetto di ispirazione per innumerevoli libri, e la sua fama era conosciuta in tutto il mondo. In quel momento ero spaventato, dovevo fotografarlo velocemente. Churchill è entrato nella stanza con il broncio e guardava verso la fotocamera come se stesse guardando il suo nemico, la Germania. Aveva posato perfettamente, però il suo sigaro non andava bene con il suo modo di fare serio e formale. Io mi sono avvicinato a lui tranquillamente e gli ho tolto il sigaro, in questo momento Churchill si è imbronciato ancora di più e ha continuato a muovere la testa in modo aggressivo in avanti, e ha appoggiato le sue mani sulla gamba in maniera adirata come in forma di protesta.”
Negli anni successivi Churchill gli disse: “Tu hai il potere di fermare un leone ruggente per fotografarlo” e Karsh da qui in poi ha intitolato questa fotografia “Leone Ruggente”. La fotografia in pochi mesi è stata pubblicata nei vari giornali famosi ed è stata riconosciuta come il simbolo della difesa dell’Inghilterra contro la Germania Nazista.


19 Nathan Lyons, Photographers on photography: A critical anthology, Prentice-Hall, New Jersey, 1966, [p. 86].
20 Roland Barthes, La camera chiara, nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 2003, [1a ed., 1980], [p. 36].
21 Yousuf Karsh, Face of Our Times, University of Toronto Press, Toronto, 1971.

Davood Madadpoor,
Firenze 2017

Revisore: Marcella Fiorito

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